Riassunto
dell’opera.
«Come degli armenti»:
un esempio di
sarcasmo brāhmaṇico.
Notava Armand
Minard, nelle sue ricerche sullo Śatapatha-Brāhmaṇa: «Umorismo, ironia, sarcasmo sono rari [nello Śatapatha-Brāhmaṇa] e
d’altronde ardui da rilevare» (1). Tuttavia, il sarcasmo potrebbe pervadere i trattati in prosa del
periodo vedico, incominciando dai passi sul ‘carattere’ della divinità suprema:
Prajāpati.
1. La divinità.
Prajāpati emette le geniture (tutte le
creature, prajāḥ), solo per la propria prosperità e per il proprio cibo:
ŚBK, 4, 9, 1, 1 e 2. Infatti, Prajāpati –
emesse le geniture – si pensò come svuotato. Inoltre, le geniture divennero
lontane da lui – non rimanevano con lui,
per la prosperità, per il cibo. Egli (Prajāpati) rifletté: “Io (mi) sono
esaurito. Inoltre, il desiderio – per il
quale ho emesso le geniture – non è stato soddisfatto (raggiunto) per me:
loro (le geniture, M, 3, 9, 1, 2) sono divenute lontane (da me) – non rimangono
(tiṣṭhante)
con me, per la prosperità, per il cibo!”. “In quale modo e posso
accrescere (o riempire) ancora me stesso e le geniture possono tornare insieme vicine a me – possono rimanere con me, per la prosperità, per il cibo?”. (*)
(*) Il ‘divorante’ dà origine a tutto;
tutto è solo il ‘divorato’: questo è
il ‘senso’ di tutto. Anche ŚBM, 10, 6, 5, 5 e TS, 5, 5, 4, 1 e 2.
Le geniture sono solo per Prajāpati – non
per se stesse. Prajāpati emette gli armenti: sono solo il cibo:
ŚBM, 7, 5, 2, 6 e 7. All’inizio, Prajāpati era qui, unico. Egli
desiderava: “Posso emettere il cibo. Posso generare”. Egli produceva gli
armenti (paśūn) dai prāṇā (sensi). (...) Emesso il cibo (= gli armenti), se
(lo) poneva (*) – da davanti a dietro – in se stesso. (**) – Anche ŚBM, 7, 5,
2, 4.
(*) Anche JB, 3, 91. «Prajāpati
emetteva gli armenti. Emessi, loro andavano via da lui. Egli desiderava: “Posso dare gli armenti a me stesso (ātman ... yaccheyam)”. (...)
Così, dava gli armenti a se stesso».
(**) Prajāpati si afferma sulle geniture e sugli armenti: è un tema ricorrente
anzitutto nel PB o nello JB.
Sarcasmo: quando emette le geniture e gli
armenti, Prajāpati ‘desidera’ il proprio cibo. Così, le geniture sono come gli armenti. Infatti, gli armenti
sono solo il cibo.
Una volta esaminato il ‘carattere’ della
divinità, i testi definiscono quello dei ‘pochi’ – sui ‘molti’, nell’India
vedica. Prajāpati stesso
– divorante delle geniture – rende
‘divoranti’ il brāhmaṇá e lo kṣatrá:
ŚBK, 4, 9,
1, 10. Infatti, Bṛ́has-páti è il brahmán. Pūṣán è gli armenti. Perciò, il brāhmaṇá (è colui il quale) ha più potere sugli armenti. In
quanto gli
armenti divengono situati davanti
(come cibo),
situati nella
bocca di lui (asya, del brāhmaṇá).
ŚBK, 4, 9,
1, 14. Índra è lo kṣatrá. I Víśve-Devā sono le moltitudini. Infatti, le víśaḥ (le moltitudini, i popoli) sono il cibo. Rende il cibo davanti (di
fronte, purástād) allo kṣatrá. Perciò, lo kṣatríya è un divorante. In quanto il cibo (= le víśaḥ) diviene
situato davanti (a lui), situato nella bocca di lui (asya, dello kṣatrá). (*)
(*) Anche MS, 4, 3, 8. «A
lui (allo kṣatrá), pone vicina
alla bocca, per il cibo, la víś con
alla testa il conducente di un carro». Un
confronto con lo ŚBM:
«Índra è lo kṣatrá. I Víśve-Devā sono le víśaḥ. Rende il cibo (= le víśaḥ)
davanti (di fronte, purástāt) a lui (allo kṣatrá)» (ŚBM, 3, 9, 1, 16). Ogni volta che sono insieme con gli
armenti, nello ŚBK, i popoli o gli
uomini sono considerati come gli armenti.
Così, nello ŚBK, le víśaḥ sono come gli armenti. Prajāpati –
divorante – rende l’uomo il
‘divorante’ degli armenti:
ŚBM, 7, 5, 2, 6. In quanto (Prajāpati)
costituiva l’uomo dalla mente,
perciò dicono: “L’uomo è il primo,
il più vigoroso tra gli armenti”. (...) In quanto (Prajāpati)
costituiva l’uomo dalla mente,
perciò dicono: “L’uomo è tutti gli armenti”. Poiché tutti questi (armenti)
divengono dell’uomo (*).
(*) Anche ŚBM, 7, 5, 2, 14. «Pone il púruṣa (l’uomo): il divorante degli armenti – dal centro.
Perciò, il púruṣa è il divorante degli armenti – dal centro».
Sarcasmo: come l’uomo – correlato con la mente – è ‘superiore’ agli (altri)
armenti, così il brāhmaṇá e lo kṣatrá sono
‘superiori’. Prajāpati emette gli uomini – e così instaura una
gerarchia:
JB, 1, 68 e 69. Prajāpati era qui all’inizio. (...) Egli desiderava: “Posso essere
molteplice. Posso generare. Posso raggiungere un’abbondanza”. Egli dalla sommità, dalla testa emetteva (...) la
divinità Agní, l’uomo brāhmaṇá, l’armento capro (*). (...) Perciò,
inoltre, (il brāhmaṇá) è il capo delle geniture. Poiché (Prajāpati) lo emetteva dalla
testa (mukhād). Egli desiderava: “Posso generare”. Egli dalle braccia, dal
petto emetteva (...) la divinità Índra, l’uomo rājanyá, l’armento
cavallo. (...) Perciò, inoltre, (il rājanyá) è vigoroso (vīryaṃ karoti) con le braccia. Poiché (Prajāpati) lo emetteva dalle braccia, dal petto – dal vigore. Egli desiderava:
“Posso generare”. Egli dal ventre, dal centro emetteva (...) la divinità Víśve-Devā (**), l’uomo vaíśya (***), l’armento vacca. (...) Perciò, inoltre, (il vaíśya) è prolifico.
Poiché (Prajāpati) lo emetteva dal ventre – dal membro.
(*) Infatti, «queste capre vanno con le corna in alto, come per salire (o come salendo)», mentre «queste pecore
vanno con le teste in basso, come
per scavare» (ŚBM,
4, 5, 5, 5 e 6).
(**) «Infatti,
i Víśve-Devā sono
un’abbondanza» (ŚBK, 7, 4, 2, 10).
(***) Il
vaíśya può essere
tradotto come «uomo del popolo».
Il vaíśya è solo il loro cibo. Perciò, il brāhmaṇá e il rājanyá si aspettano che il vaíśya generi:
PB, 6, 1, 10. Egli
(Prajāpati) dal centro, dal membro emetteva il Saptadaśá; era emesso in seguito (’nvasṛjyata) ad esso il
metro jágatī, la divinità Víśve-Devā, l’uomo vaíśya,
la stagione delle Piogge. Perciò, il vaíśya
– per quanto divorato – non diminuisce. Poiché è emesso dal membro. Perciò, inoltre, è
con un armento numeroso. Poiché i Víśve-Devā (sono la sua
divinità) (e) jágatī (è il suo metro).
Poiché le Piogge sono la sua stagione (*). Perciò, è il divorato (ādyo)
e del brāhmaṇá e
del rājanyá. Poiché è
emesso più in basso (di entrambi).
(**)
(*) «Poiché, quando
piove, qui, allora nascono le piante. Le piante mangiate, le acque bevute, in
questo modo, diviene (si origina) lo sperma. Dallo sperma, (diviene) l’armento» (ŚBK, 4, 7, 4, 3).
(**) «Egli emetteva le geniture dal
membro. Perciò, queste (geniture) sono abbondanti» (TB, 2, 2, 9,
6). Mentre le geniture «eroiche» sono
«divoranti», quelle «prolifiche» sono «divorate» (TS, 6, 4, 10, 5).
Così, Prajāpati stesso rende il vaíśya il ‘divorato’ del brāhmaṇá e del rājanyá. Inoltre, il vaíśya è generato e genera solo come cibo per il brāhmaṇá e per il rājanyá – al disopra del vaíśya. Il brāhmaṇá e il rājanyá sono come
Prajāpati. Le geniture sono generate e
generano, solo per sostentare
Prajāpati: le geniture producono per
Prajāpati:
PB, 21, 2, 1. Prajāpati
emetteva le geniture. Emesse, loro andavano lontane da lui, spaventate: “Ci divorerà”. Egli diceva:
“Che torniate vicine a me! Infatti,
vi divorerò, in modo tale che – per quanto divorate – più numerose [abbondanti] genererete”.
A loro – gli avevano detto: “Prometti! (o Giura!)” – prometteva, (con la
melodia) con il finale ṛtá. (Con la melodia) con il finale ī, (Prajāpati) (le)
divorava (o consumava, āvayat). (Con la
melodia) con il triplice finale, (le) induceva
a generare (prājanayad). Con queste melodie, Mṛtyú (*) qui
e divora le geniture e (le) induce a generare (prajā atti ca pra ca janayati).
(**)
(*) «Egli (Mṛtyú) rifletteva: “Se ucciderò (ora) questo (Saṃvatsará), renderò esiguo il (mio) cibo!”» (ŚBM, 10, 6, 5, 5). «Emesse, loro (le geniture) non
generavano. Agní desiderava: “Io posso indurle a
generare”» (TB, 1, 6, 2, 1).
(**) Prajāpati assiste le geniture – come se fossero
degli armenti – solo per indurle a prosperare e a generare, e poi divorarle. Ad
esempio, PB, 8, 8, 14-17. «Prajāpati emetteva le geniture. Emesse, loro erano
affamate. Dava (...) loro il cibo. In questo modo, infatti, loro prosperavano (samaidhanta). (...) Loro dicevano: “Ci hai ben sostentate”. (...) Dava
loro la pioggia – il cibo».
Emesse da Prajāpati, le geniture possono generare, più abbondanti, solo come cibo per Prajāpati stesso. (Perciò, Prajāpati le emette). Le geniture sono come gli armenti. Infatti, gli armenti
generano solo come cibo per l’uomo. Prajāpati dà il migliaio di vacche ai Devā:
JB, 2, 254. (Il migliaio di vacche) – divorato – diveniva nascosto (tiro) ai Devā. Lo richiamavano. (Il migliaio di vacche) diceva: “Infatti, sono spaventato dalla diminuzione”. “No”,
dicevano (i Devā), “Infatti,
ti divoreremo, in modo tale che – per quanto mangiato, bevuto – non diminuirai
(na kṣeṣyasa) per noi”. A lui
– “Infatti, che (voi) mi promettiate!” – promettevano, (con la melodia) con il
finale ṛtá. (Con la melodia)
con il finale ī, (lo) divoravano (o consumavano, āvayan).
(Con la melodia) con il triplice finale, e lo inducevano a generare e per lui facevano l’ákṣiti (l’inesauribilità). – Anche PB, 10, 12, 2.
Il brāhmaṇá e lo kṣatrá sono da Prajāpati – e per Prajāpati
stesso:
KB,
12, 8. Così, infatti, e con il brāhmaṇá e con lo kṣatrá, e con lo kṣatrá e con
il brāhmaṇá, Prajāpati giungeva ad afferrare (o a circondare) da entrambe le
parti, ad ottenere il cibo.
2. I ‘pochi’ e i ‘molti’.
Nell’India vedica, i ‘pochi’ sono
insediati con un rituale: il vāja-péya. La fase più significativa del vāja-péya
prevede questo: che il brāhmaṇá e lo kṣatrá salgano
con la testa sulla cima di uno yūpa (un palo sacrificale). Allora dei pacchetti di sale – che
rappresentano gli armenti e le víśaḥ come cibo, in questo mondo – sono gettati verso il brāhmaṇá e lo kṣatrá:
ŚBK, 6, 2, 2, 12-14. Allora gettano
(verso) di lui dei pacchetti di sale. Colui il quale sacrifica, con il
vāja-péya, consegue il cibo. (...) Il sale è gli armenti. Infatti, gli armenti sono il cibo evidente.
Perciò, divengono dei pacchetti di sale. (I pacchetti di sale) sono avvolti con
foglie di aśvatthá. L’aśvatthá è proprio ai Marútaḥ.
(...) Infatti, i Marútaḥ sono le víśaḥ. Infatti, le víśaḥ sono il cibo.
Perciò, sono avvolti con foglie di aśvatthá (3).
I víśyāḥ (li) gettano (*). Poiché le víśaḥ sono il cibo. (**)
(*) I víśyāḥ possono essere tradotti come
«uomini del popolo» (e le víśaḥ,
come «popoli»). «Le víśaḥ (li)
gettano. Infatti, i Marútaḥ
sono le víśaḥ. Infatti, le víśaḥ
sono il cibo. Perciò, le víśaḥ
(li) gettano» (ŚBM, 5, 2, 1, 17). Soltanto le víśaḥ danno il cibo alle
élites vediche. In modo
significativo, nello ŚBM le víśaḥ non sono il cibo nei pacchetti di sale: è come se lo ŚBM non potesse indicare che le víśaḥ
sono come gli armenti.
(**) Mentre i pacchetti di sale sono soltanto gli armenti e le víśaḥ, e rappresentano il cibo in questo
mondo, il frumento è il cibo dei ‘pochi’ nel mondo celeste (ŚBK, 6, 2, 2, 10). «Il frumento non è il riso (e) non è l’orzo. (...) Allora
rende per lui quel mondo provvisto
di cibo» (TB, 1, 3, 7, 2 e 3).
Le víśaḥ
sono solo un cibo, insieme con gli
armenti e come gli armenti, ‘nei’
pacchetti di sale. Così conoscono il brāhmaṇá e
lo kṣatrá. Gli armenti e le víśaḥ sono i ‘molti’ che sostentano i ‘pochi’. Con lo yūpa, gli armenti divengono il cibo dell’uomo:
ŚBK, 4, 7, 3, 1. All’inizio,
gli armenti non accondiscesero a questo: che sarebbero divenuti il cibo. Così
come sono divenuti il cibo, qui. Loro procedettero eretti, su due piedi. Come quest’uomo, così (procedettero).
“In questo modo (ittháṃ), inoltre, non ci possono immolare!”. In questo modo (táto), i Devā videro questa
folgore: il palo sacrificale. Lo eressero. Attraverso il timore per esso (per
lo yūpa), (gli armenti) erano piegati. In questo modo, erano divenuti su quattro piedi. In
questo modo, divenivano il cibo. Così come sono divenuti il cibo, qui.
L’uomo si afferma così sugli armenti, piegati: «...perciò, l’uomo – al
disopra (o dal disopra, dall’alto) – mangia gli armenti – in basso» (MS, 4, 7,
5). Un trono è portato per il brāhmaṇá e per lo kṣatrá che salgono con la testa sullo yūpa e così sono al disopra
delle víśaḥ:
ŚBM, 5, 2, 1, 22. Allora portano (pongono,
K, 6, 2, 2, 18) per lui un trono. Colui il quale ottiene (jáyaty)
un posto nello spazio intermedio (con la testa sullo yūpa), ottiene un posto al
disopra. Questi uomini (le víśaḥ, K) – dal disotto – lo servono – seduto al disopra. Perciò, portano per
lui un trono. – Anche TB, 1, 3, 2, 3.
Sarcasmo: o fare parte delle víśaḥ
– rese un cibo e come gli armenti? o distinguersi
– sollevando la testa – e così rendere (per se stessi) le víśaḥ solo
un cibo e come gli armenti? La testa
sulla cima dello yūpa rappresenta
l’affermarsi del brāhmaṇá e dello kṣatrá – ai vertici – sugli armenti e sulle víśaḥ. I ‘pochi’ sono superiori ai ‘molti’.
Prajāpati induce le geniture a piegarsi:
KS, 29, 9. Prajāpati emetteva le geniture.
Loro erano andate via da lui. Loro erano andate verso l’alto. Le desiderava: “Possono tornare vicine a me”. Egli
ardeva. Egli immolava se stesso, per il sacrificio. Loro tornavano vicine a lui. Loro erano spaventate da lui. Loro erano
piegate. Perciò, gli armenti sono
piegati. (*)
(*) Anche KS, 20, 11. «Emesse le geniture,
Prajāpati desiderava: “Posso essere la loro sommità”. (...) Diveniva la loro
sommità (mūrdhā)».
Sarcasmo: prima le geniture sono andate verso l’alto e poi – sottomesse a
Prajāpati – sono piegate. Così, i
Devā si inchinano a Váruṇa – al
loro rājā istruito da Prajāpati stesso:
JB, 3, 152.
Infatti, re Váruṇa era in un certo senso sodale con le altre
divinità. Egli (Váruṇa) desiderava: “Posso essere consacrato (sūyeya) per il rājyá (*) di tutti i Devā”. Egli dimorava da Prajāpati, in
apprendistato, per cento anni. (Prajāpati)
gli diceva questa melodia: “Infatti, questa è la mia forma regale. Che (tu li)
raggiunga! I Devā ti renderanno un rājā”. Egli (Váruṇa) andava verso i Devā. Visto mentre
andava (o si avvicinava, āyantaṃ), i Devā si
inchinavano a lui. Diceva loro: “Che non (vi) inchiniate a me! Infatti, voi
siete i miei fratelli. Infatti, come voi siete, così io sono”. “No”, dicevano,
“In quanto, infatti, vediamo in te qui
la forma di nostro padre Prajāpati”. Si inchinavano a lui.
(*) Ovvero,
per la sovranità su tutti i Devā.
«Perciò, inoltre,
questi uomini – le víśaḥ – si inchinano allo kṣatríya mentre va (e) lo servono – dal disotto» (ŚBM, 3, 9, 3, 7). Ai Devā occorre un rājā: Váruṇa.
O Índra: «Prajāpati emetteva i Devā. I Vásavaḥ, i Rudrāḥ, gli Ādityāḥ. Dava loro e il
sacrificio e questi mondi. (...) Poi emetteva Índra. Egli vedeva questo tutto ripartito tra loro. Egli (Índra) diceva: “In quanto questo tutto è ripartito tra loro, allora per quale
motivo mi hai emesso?”. “Ti ho emesso”, diceva (Prajāpati),
“per il śraíṣṭhya, per l’ādhipatya (*) di questi (Devā)”...» (JB, 2, 141).
(*) Ovvero,
per la supremazia e per la signoria su questi Devā.
Per quanto cerchino di lottare, le
geniture infine sono assoggettate a Prajāpati:
PB, 7, 5, 1 e 2. Con
questa (melodia), (Prajāpati) emetteva queste
geniture. Emesse, loro erano felici
(amahīyanta). (...) Emesse, loro erano
andate via da lui. Prendeva (...) i loro prāṇā
(respiri). Prese nei prāṇā, loro tornavano
ancora vicine a lui. Dava (...) loro ancora (indietro, punaḥ) i prāṇā. Loro
erano insorte (o si erano sollevate) contro di lui. Spezzava
(...) le loro collere. In questo modo, infatti, loro rimanevano (atiṣṭhanta) con lui, per il śraíṣṭhya
(per la [sua] supremazia). (4)
PB, 7, 5, 3. I pari (samānāḥ) rimangono (tiṣṭhante) con colui il quale così
conosca, per il śraíṣṭhya.
Le geniture sono come gli armenti – sottomessi a Prajāpati:
PB, 7, 10, 13. Prajāpati emetteva gli
armenti. Emessi, loro erano andati via da lui. Si rivolgeva a loro, con questa
melodia. Loro rimanevano (atiṣṭhanta)
con lui. Loro divenivano sottomessi.
– Anche JB, 1, 148. Egli (Prajāpati) diceva: “Ho sottomesso questi armenti!”.
PB, 7, 10, 14. Con
il desiderio di armenti, può cantare (per se stesso), con questa (melodia).
Diviene provvisto degli armenti.
Le geniture e gli armenti vanno
via da Prajāpati, ma egli si afferma
su di loro. Perciò, Prajāpati
insedia Índra
(il rājā).
PB, 16, 4,
1. Prajāpati emetteva le geniture. Loro non rimanevano con lui, per il śraíṣṭhya. Egli – attratto (pravṛhya) il succo (rasaṃ) di queste direzioni e geniture, fatta (che ne ebbe) una ghirlanda –
se (la) metteva addosso. In questo modo, le geniture rimanevano (atiṣṭhanta) con lui,
per il śraíṣṭhya.
PB, 16, 4,
2. I
pari (samānāḥ) rimangono (tiṣṭhante) con colui il quale così conosca, per il śraíṣṭhya.
PB, 16, 4,
3. Egli
(Prajāpati) desiderava: “Índra può essere il migliore (śreṣṭhaḥ) nella mia
genitura”. Metteva la ghirlanda addosso a lui. In questo modo, le
geniture rimanevano (atiṣṭhanta) con Índra, per il śraíṣṭhya
– vedendo (in Índra) l’ornamento che vedevano nel padre.
Sylvain Lévi commentava: «La sua [di Prajāpati] sovranità, contestata, non
s’impone se non attraverso la manifestazione della sua potenza» (2). La ghirlanda
addosso a Prajāpati rappresenta il suo affermarsi
sulle geniture. La ghirlanda è trasferita a Índra – insediato da Prajāpati
stesso. Prajāpati cerca il rispetto nelle geniture:
JB, 2, 100. Prajāpati emetteva le
geniture. Emesse, loro non lo
rispettavano. Egli desiderava: “Posso raggiungere il rispetto in queste
geniture”. (...) In questo modo, infatti, loro lo rispettavano. Infatti,
inoltre, i Devā non rispettavano Índra.
Egli andava da Prajāpati: “Infatti, questi Devā non mi rispettano”. Gli dava
(vyadadhāt) questo sacrificio (per) il rispetto. (...) In questo modo, infatti, i Devā lo rispettavano. – Anche JB, 1, 91.
Sarcasmo: le geniture e i Devā rispettano
così soltanto i loro divoranti: Prajāpati (la divinità) e Índra (il rājā).
In altri miti, Bṛ́has-páti – il brāhmaṇá con il ‘potere’ sugli armenti – insedia Índra – lo kṣatrá con il ‘potere’ sulle víśaḥ, sui Devā:
KS, 11, 3.
Infatti, i Devā non concordavano. Loro andavano via (divisi) in quattro. Agní, con i Vásavaḥ;
Sóma, con i Rudrāḥ; Índra, con i Marútaḥ;
Váruṇa, con gli Ādityāḥ. Bṛ́has-páti diceva loro: “Che (io) induca a sacrificare! Infatti, voi
concorderete”. “Che (io) induca a sacrificare, nella tua dimora!”, diceva a Índra, “Infatti, (i Devā) concorderanno, per il tuo śraíṣṭhya”. (...) Li induceva a sacrificare, nella dimora di Índra. In questo modo, infatti, loro concordavano. Loro concordavano, per il śraíṣṭhya di Índra. – Anche MS, 2, 2, 6.
3. Gli dèi.
ŚBM, 1, 3, 2, 15. ...perciò, queste
víśaḥ (5) portano un tributo (balíṁ)
allo kṣatríya. ...perciò,
inoltre, (fino a che) piace allo kṣatríya, gli armenti sono
a disposizione del vaíśya. ...perciò,
inoltre, quando lo kṣatríya desidera, allora
dice: “Ciò che è messo da parte lontano per te, vaíśya, che (tu) lo porti per me!” (*).
(*)
Così, Weber. La versione di Cinnasvāmi Śāstrī recita
invece: «...perciò, inoltre, quando lo kṣatríya desidera, allora
dice al vaíśya: “Anche ciò che è
messo da parte lontano per te, che (tu) lo porti!”». – Anche TB, 2, 7, 18, 2. «Infatti, questa è la riuscita dello kṣatrá. In quanto le víśaḥ – i suoi –
gli portano un tributo (balíṁ)».
ŚBK, 2, 3, 1, 13. ...perciò, le víśaḥ portano un tributo
allo kṣatríya. ...perciò, (solo)
nell’autorità (īśāyāṃ) dello kṣatríya, gli armenti sono
a disposizione del vaíśya. ...perciò,
quando lo kṣatríya desidera
(qualcosa) del vaíśya, induce a portar(lo), andato vicino: “Anche ciò che è messo da parte lontano per te, che (tu)
lo porti!”.
Sarcasmo: prima, lo kṣatríya
ottiene
il tributo dalle víśaḥ; poi, gli
armenti (paśávaḥ) sono del vaíśya, solo se vuole lo (o piace allo) kṣatríya;
infine, lo kṣatríya prende tutto ciò che il vaíśya pensa di mettere da parte ‘per se stesso’.
JB, 3, 256. Prajāpati emetteva il cibo. Spaventato dalla diminuzione,
(il cibo) andava via nelle direzioni. Egli (Prajāpati) desiderava: “Posso
ottenere il cibo”. Egli vedeva questa melodia. Con questa (melodia): “È rimasto
(’sthād),
qui! È rimasto, qui!”, (Prajāpati) otteneva il cibo, da tutte le direzioni. –
Anche JB, 3, 230.
Egli diceva: “Questa fortuna (= gli armenti) è rimasta (asthād) con me!”.
Nell’India antica, l’unico
fine dei tributi è quello di sostentare il rājā e i suoi bhāryāḥ:
il vaíśya non ha quasi
nulla in cambio dei tributi che porta. Nel passo seguente, si nota un certo
sprezzo tanto per il vaíśya, quanto per il rājā:
ŚBK,
3, 2, 10, 11. Allora colui il quale sacrifica ai Devā
è colui il quale conosce: “Io qui sacrifico ai Devā.
Io qui servo (o adoro) i Devā”. Come un
inferiore può portare un tributo (baliṁ) a un superiore, o un vaíśya può portare un tributo a un rājā, così costui porta un tributo.
I Devā sono ‘superiori’ agli uomini. Come
gli armenti sostentano gli uomini, così gli uomini sostentano i Devā.
I ‘divorati’ non possono che essere più numerosi dei
‘divoranti’: «Poiché gli uomini sono più abbondanti (o numerosi)
dei Devā. (...) Poiché
gli armenti sono più abbondanti degli uomini» (ŚBK,
3, 1, 2, 1).
ŚBK,
17, 1, 4, 10. Come un armento, così costui (= colui il quale non sa e sacrifica
loro) è per i Devā. Infatti, come molti armenti possono sostentare (6) l’uomo, così ogni uomo sostenta i Devā.
Preso (= sottratto) un solo armento, è spiacevole. Che cosa (può essere per)
molti? Perciò, non è piacevole per loro (per i Devā)
che gli uomini lo possano sapere. (*)
(*)
Perciò, inoltre, la versione ŚBM dei passi ŚBK, 6,
2, 2, 12-14 e K, 4, 9, 1, 10 e 14 ‘attenua’ la
corrispondenza tra le víśaḥ e i paśávaḥ.
Anche ŚBK, 7, 1, 3, 1 e 2, a seguire.
Così,
l’India vedica cerca di superare i Devā.
Non è piacevole che gli uomini – resi come gli armenti – possano sapere e sottrarsi. E non si tratta certo –
nell’India vedica – del solo ambito dei sacrifici ai Devā
o dei tributi allo kṣatríya. Gli armenti e
gli uomini non sono solo un cibo: attraverso di loro, il rājanyá realizza ogni opera, ogni azione:
ŚBK, 7, 1,
3, 1. Con questa (offerta), i Devā attinsero
agli uomini. Allo stesso modo (dei Devā),
con questa (offerta), questo (rājanyá) attinge (úpaiti) agli uomini: “Posso
essere consacrato, provvisto degli uomini!”. Poiché, provvisto degli uomini, (il rājanyá) è in grado di fare l’opera
(l’azione, kárma) che intende fare (o desidera di fare). Poiché, attraverso gli uomini, egli è in grado
(di fare).
ŚBK, 7, 1,
3, 2. Con questa (offerta), i Devā attinsero
agli armenti. Allo stesso modo (dei Devā),
con questa (offerta), questo (rājanyá) attinge agli armenti: “Posso essere
consacrato, provvisto degli armenti!”. Poiché, provvisto degli armenti, (il rājanyá) è in grado di fare l’opera
che intende fare. Poiché, attraverso
gli armenti,
egli è in grado (di fare). (*)
(*) In modo significativo, lo ŚBK omette il passo: «In quanto, provvisto della gloria, (egli) è in grado di fare l’opera che
intende fare» (ŚBM,
5, 2, 5, 12).
Gli uomini sono come gli armenti, per il rājanyá. – Prajāpati
e Índra sono singoli. Il ‘carattere’
dei Devā
è accentuato, appena formano un gruppo:
ŚBK, 5, 1,
4, 4. Quando i Devā lo (= il Sóma) avevano ucciso, dissero a Mitrá: “Uccidi
anche tu”. “No”, disse Mitrá, “Io sono l’amico (mitrám) di tutto. Non essendo
l’amico, (io) diverrò il nemico (amítro)”. Loro dissero: “Infatti, ti escluderemo dal sorso di Sóma (*)”. Egli disse: “Anche io uccido”.
Gli armenti andavano via da lui: “Pur essendo l’amico, è divenuto il nemico”. –
Anche ŚBM, 11, 4, 3, 2.
(*) Il Sóma è una
pianta che – spremuta, uccisa – dà un succo inebriante. È preso un Sóma abbondante: «perciò, gli armenti – per quanto divorati
– non diminuiscono» (KS, 28, 6). Così, KS, 27, 8. «Perciò, in queste
(geniture divoranti) nasce un vīrá. Perciò, le altre – per quanto divorate – non diminuiscono». Infatti, le geniture divorate sono abbondanti.
Sarcasmo: il primo gesto che il gruppo richiede
all’individuo – il gesto che fonda il gruppo stesso – è quello di uccidere.
ŚBM, 4, 6,
9, 1 e 2. Infatti,
i Devā stavano (nel) sattrá (*): “Possiamo
raggiungere la prosperità. Possiamo essere gloriosi. Possiamo essere i divoranti”. Il cibo ottenuto desiderava di andare
via da loro. Gli armenti sono il cibo. Gli armenti desideravano di andare
via da loro: “Infatti, in quanto questi (Devā) sono estenuati, ci possono
ferire! In quale modo ci
tratteranno?”. (...) Li avevano messi nelle dimore.
In questo modo, il cibo ottenuto non
andava via da loro. (**)
(*) Il sattrá è una sessione sacrificale.
(**) «Infatti, i Devā prevalevano. Mettevano (gli
armenti) nelle dimore. In questo modo, il cibo non andava via da loro» (ŚBK, 5, 8,
3, 2). – Anche JB, 1, 104. «La matrice dell’ordine è la dimora. Con la forza di questa sillaba (ā), gli uomini (prajā) nati qui e si allontanano e ritornano
(ā ... gacchanti, nelle dimore)». Così, JB, 1, 276.
Sarcasmo: con le dimore, i Devā riescono
infine a far rimanere gli armenti – il cibo. (Le víśaḥ – nelle loro dimore – rimangono come cibo per il rājā). In questo mito, gli stessi Devā – non Prajāpati – si impongono sugli
armenti:
JB, 2, 90.
Loro (le vacche) – vedendo il padre, Prajāpati – andarono via – rallegrate. Andate via, loro si propagarono in grande.
I Devā furono preoccupati dalla loro dispersione
(*). Guidate fuori, con l’utsedhá, riprese, con il niṣédha, (i Devā) se le posero in se stessi (**).
(*) «Allora dissero:
“(Prajāpati) era preoccupato dalla dispersione (parāvāpād abibhed) di queste geniture emesse”» (JB, 2, 288). I Devā
sono come Prajāpati (ŚBM, 7, 5, 2, 4 e 5).
(**) L’utsedhá e il niṣédha sono melodie rituali.
4. L’uomo.
Ad essere persuaso (dal ‘divorante’), è
anzitutto il ‘divorato’:
ŚBM, 4, 6,
9, 5 e 6. Allo
stesso modo, il cibo portato (od offerto) desidera di andare via da lui: “In quanto,
infatti,
quest’(uomo) mi può ferire! In quale
modo mi tratterà?”.
All’inizio, (l’uomo) mangia un poco di questo (cibo), da lontano. Lo ferma. (All’inizio, egli
può prender[ne] da lontano, o due volte, o tre volte. Ferma il cibo [áśanaṃ]
qui da lontano a vicino, K, 5, 8, 3, 4). (Il cibo) conosce: “Infatti, non
è stato, così come ho pensato! Infatti, non mi ha
ferito!”. Si rifugia
vicino a lui. Colui il quale, così conoscendo, è in grado di seguire la condotta di lui (dell’uomo), costui diviene l’amato del cibo
(*), il divorante (del cibo).
(*) «Egli (Prajāpati) desiderava: “Gli armenti possono essere acquiescenti a me (abhi ... saṃjānīran). Possono non andare via da me”» (JB, 3, 213).
Le geniture sono solo il cibo di Prajāpati – e di Agní:
ŚBK, 3, 1, 10, 1 e 2. Infatti, Prajāpati
emise le geniture; emise anche Agní (= Mṛtyú). Emesso, Agní si risolse ad ardere queste geniture. Egli – ardendo – si
avvicinò a queste geniture. Queste geniture – arse – si risolsero ad
estinguerlo, a disperderlo. Egli – estinto – disse all’uomo: “Ti penetro. Che
tu – generato(mi) – mi sostenti! Infatti, come tu mi sostenterai in questo
mondo, così io – generato(ti) – ti sostenterò in quel mondo”. “Sì”. (Agní) lo
penetrava. Perciò, dicono: “Ogni uomo è provvisto di Agní”. Agní ha penetrato
l’uomo. Perciò, l’uomo lo genera – non l’altro armento. (*)
(*) Così,
ŚBM, 2, 2, 4, 8. «Quando egli muore (e) quando lo pongono in Agní, questo (yájamāna) nasce da Agní. Allora Agní
arde (solo) il suo corpo. Come egli può nascere da un padre (e) da una madre,
così questo (yájamāna) nasce da Agní.
(Quando, là, lo pongono, come può divenire dai genitali di una madre [e] di un
padre, così diviene [da
Agní], K, 1, 2, 4, 7)». Lo yájamāna è colui
il quale intraprende un sacrificio.
In «questo»
mondo, gli uomini sono come gli armenti, per le élites vediche, in accordo con Prajāpati, divorante di tutte le
geniture. Ma, per «quel mondo»,
anche l’uomo ha il suo patto con Agní – il quale,
in modo significativo, è stato in procinto di ardere tutte le geniture emesse.
5. Dare per avere.
I ‘pochi’ non si limitano a prendere: essi
danno ai ‘molti’:
JB, 2, 139 e 140. Egli (Índra) andava dai Devā: “Con
voi, con la forza, che (io) uccida questo Vṛtrá!”. Gli dicevano: “Infatti, che
(tu) lo dia a noi, questo sacrificio proprio solo a te!”. Perciò, nel rājā desiderante di vincere, le víśaḥ aspirano ad un’elargizione. Perciò, inoltre, il rājā
desiderante di vincere dà alla víś un’elargizione. (...) Con loro, con la forza, Índra uccideva Vṛtrá. I Devā vincevano gli
Ásurā. Egli – ucciso Vṛtrá, vinto – vedeva separate queste loro (dei Devā) eccellenze – splendenti. (...) Egli rifletteva: “In quale modo io
posso appropriarmi di queste loro
eccellenze?”. (...) Così, si appropriava (samavṛṃkta) di tutte le loro eccellenze (śriyas). (...) Loro
sedevano (...) vicini a lui: “Che (noi) siamo delle moltitudini (viśas), per te! Che (tu) ci induca ad aver
parte (dopo di te) nel sacrificio!”. Come
le mogli (bhāryā) siedono vicine al
marito, allo stesso modo. (...) Come un rājā – vinto – può indurre i sostentati
(bhāryān) ad aver parte nella propria ricchezza (sve vitte), così li induceva ad
aver parte (nel sacrificio).
Se ricevono
da Índra, i Devā gli appartengono.
Prajāpati non può limitarsi a divorare. Per ridurli solo a un cibo, Prajāpati
si lascia rendere un cibo dagli armenti:
PB, 6, 7, 19. Prajāpati emetteva
gli armenti. Emessi, loro erano andati via da lui, affamati.
Dava loro un prastará (un fascio di steli d’erba) – il cibo. Loro tornavano vicini a lui. Perciò, il
prastará è agitato lievemente dall’adhvaryú
(*). Poiché gli armenti tornano vicini alla paglia agitata (come cibo).
(*) L’adhvaryú è un officiante
nei rituali.
Quando tornano da Prajāpati, gli armenti divengono il cibo per lui. Sarcasmo: se Prajāpati dà,
solo per avere, allora gli armenti hanno, solo per dare:
JUB, 1, 11, 4.
Egli (Prajāpati) diceva:
“Infatti, (noi) viviamo di più di questi
armenti. Darò anzitutto a loro”.
«Perciò, quanti
mangiano il nostro cibo, tanti loro divengono tutti (sárve) afferrati da noi» (ŚBM, 4, 6, 5, 4). «Come
lo kṣatríya può mangiare nello stesso pātra con il vaíśya (con la víś, M, 4, 3, 3, 15),
per il desiderio della vittoria, così» (ŚBK, 5, 3, 4, 12).
Prajāpati cuoce l’odaná (un po’ di chicchi di riso cotti con il latte) e
lo dà alle geniture:
KS, 37, 1.
Prajāpati emetteva le geniture. Loro erano andate via da lui. Le desiderava:
“Possono tornare vicine a me”. Egli cuoceva l’odaná. Divenuto il cibo, egli rimaneva, unico (ekadhā). Non
(avendo) trovato un cibo altrove, loro (le geniture) tornavano insieme (ekadhā) verso Prajāpati, per il cibo.
KS, 37, 1.
Infatti, (quante) geniture numerose e lontane (yāvatīr ... kiyatīr)
parlano la parola, (tante) loro tornano insieme (ekadhā) verso di lui, per il
cibo; (verso) colui il quale è consacrato, con questo (odaná). (...) Divengono (o prosperano, bhavanti) tutti questi, in un certo senso; divengono tutti i cibi, tutti gli uomini. Ottiene
tutti i cibi, tutti gli uomini. (*)
– Anche TB, 2, 7, 9, 1 e 2.
(*) Anche KS, 8,
13. «E i Devā e gli Ásurā rivaleggiavano.
I Devā onoravano Prajāpati
(prajāpatim ... abhyayajanta). Gli Ásurā offrivano l’uno
nella bocca dell’altro. I Devā avevano cotto l’odaná.
Lo avevano presentato (come) parte a Prajāpati. Prajāpati – vedendo una parte – tornava vicino ai Devā. In questo modo, i Devā prosperavano. Gli Ásurā perivano».
NOTE
(1) Minard
(A.), Trois Énigmes sur les
Cent Chemins. Recherches sur le Śatapatha-Brāhmaṇa, Paris: 1956, II, par. 666 e.
(2) Lévi (S.), La doctrine du sacrifice dans les Brāhmaṇas,
Paris: 1898, pagg. 25 e 26.
(3) Un pātra per l’aspersione del rājanyá è di aśvatthá e così il passo è identico a quello delle foglie di aśvatthá nello ŚBK, 6, 2, 2, 13: «Il vaíśya
(asperge, abhíṣiñcati), con (un pātra) di aśvatthá. L’aśvatthá è proprio ai Marútaḥ.
(...) Infatti, i Marútaḥ sono le víśaḥ. Infatti, le víśaḥ sono il cibo.
Perciò, il vaíśya, con (un pātra) di aśvatthá» (ŚBK, 7, 2, 4,
11). Le foglie e il pātra sono di aśvatthá. Così, l’aśvatthá rende i due passi identici. Anche nello ŚBM, 5, 2, 1, 17 e M, 5, 3, 5, 14. Cfr. Minard (A.), op. cit., Paris:
1949, I, par. 594.
(4) Per una traduzione di atiṣṭhanta in un contesto simile, si veda, ad
esempio, Steiner (K.), Texte zum Vājapeya-Ritual, Marburg: 2004, pag. 77.
(5) Cfr. Minard (A.), op. cit., Paris: 1956, II, par. 603; con i riferimenti ad altri testi, nelle note.
(6) Minard
(A.), op. cit., Paris: 1956, II, par. 596. Ma
un’altra traduzione sembra più accettata: «...possono servire l’uomo...».
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